Archive for accompagnatrici
escort per giochi erotici
Posted by: | CommentsLa mia iniziazione risale ai tempi delle prime serie esperienze erotiche.
Lei era bella, più grande di me e adorava il sesso, quello violento, duro.
Mi chiese un giorno di prenderla dopo averla legata e il solo pensiero mi eccitò tanto che non riuscii e trattenermi e venni una prima volta mentre la legavo.
Compresi allora qual’era la mia strada.
Cominciai a chiederle sempre di più e quando capii che potevo punirla se non obbediva con prontezza ai miei ordini, il mondo del mio immenso potere si spalancò davanti a me.
Adoravo vederla in ginocchio, timorosa e tremante, ma nel profondo anelante e supplice di un mio sguardo, una mia parola.
Impazzivo solo a vedere l’effetto che faceva su di lei una mia carezza, quando bendata, in ginocchio e legata, non sapeva se e quando le avrei inflitto dolore.
Era come una droga, ogni giorno dovevo chiederle qualcosa di più, dovevo vederla muovere ancora un passo avanti nella sua sottomissione. Dovevo vederla spingersi dove nemmeno le sue più sfrenate fantasie l’avevano mai condotta.
Era un gioco che non poteva durare: le chiesi troppo. Ora lo so, ma nella mia incoscienza e nella mia inesperienza sentivo il potere di disporre di quella donna in modo totale come un diritto naturale: la semplice e lampante dimostrazione della mia superiorità.
Le chiesi troppo e la persi. Mi ringraziò per quanto le avevo insegnato (io a lei!!!), mi giurò di amarmi ancora, ma si alzò ed andò via. Cambiò città e non l’ho più rivista.
Le chiesi troppo. Ora non potrei più fare uno sbaglio simile. Ora saprei come prenderla, come portarla dove desidero e lei mi seguirebbe senza fuggire forse timorosa ma senza paura.
No. Non fuggirebbe. Ma da allora sono passate molte donne, molte schiave, sotto le mie mani. Ora mi basta guardare una donna per sapere cosa c’è dentro lei.
Sono come uno scultore davanti ad un pezzo di marmo che sente vibrare dentro la figura che lui libererà dalla roccia. Così io guardo una donna e so come si sente dentro, so cosa sarà dopo che l’avrò resa schiava, ovvero, liberata da se stessa e resa libera di essere ciò che è. So già se dovrò combattere per vincere le sue resistenze o se, invece, sarà docile e collaborativa. E tu lettrice, ti prego, non dire che con te non riuscirei: ho visto mettersi in ginocchio davanti a me donne più ardue di una fortezza, madri e mogli fedeli.
Non è questione di bellezza, perché non sono bello, non c’entra nemmeno l’intelligenza o chissà quale altra qualità. È che a me è sempre piaciuto osservare, capire, interpretare ed è grazie a questa mia unica dote che so che ogni donna va presa in un modo diverso, non c’è tattica, non c’è proposito che si possa precostituire. Una donna è un universo unico e tu puoi bussare per l’eternità alla sua porta senza che ti venga aperto, oppure suonare le note giuste e vedere, come per incanto, schiudersi per te le porte delle sue stanze più segrete.
Non ci sono regole da seguire, oltre a quella fondamentale di seguire l’istinto. Lei è il marmo, io lo scultore. Lei è marmo, ma presto sarà creta, che io modellerò con le mie mani.
Non sempre è facile, non sempre è stato facile. E qualche fallimento c’è stato, ma pochi in vero e lo dico senza falsa modestia, senza tema di apparire presuntuoso.
Tante invece sono state le ragazze, le donne, perché l’essere schiava non è connesso con l’età e si può capire e desiderare di essere sottomesse anche a 50 anni, che sono state da me modellate e rese libere, libere di appartenermi.
In verità, per un certo periodo della mia vita quando ero giovane e bisognoso di soldi, ho fatto di questa mia dote un lavoro: ho addestrato scoperto, aperto, liberato e rese schiave, o come preferite, rese schiave e liberato, donne, per conto di uomini che riuscivano solo ad intravedere le loro potenzialità, ma che non sapevano come aiutarle ad esprimersi.
Ora non più.
È stata, per molto tempo, una ricerca quotidiana, un cercare di sorprendere uno sguardo, un atteggiamento, una frase che mi indicassero che mi ero imbattuto in una donna che attendeva di essere sottomessa.
Non che fosse facile, non si poteva mica guardare negli occhi una donna e dirle: “so che ti senti schiava”, allora ho elaborato tutta una serie di sistemi di contatto fisico che, senza sembrare spinti e salvando quindi le apparenze, stabilissero tra noi una complicità fatta di azioni, di cose non dette. Ho ben chiaro in mente a cosa mi riferisco, così come lo hai tu lettrice che mi hai seguito fin qui.
Ricordo , timida, introversa, impacciata, esattamente il tipo che nei film americani è la segretaria che nessuno nota ma che nasconde un grande fuoco dentro, solo che lei era bionda, biondissima e con due grandi occhioni azzurri da perdercisi dentro; due meravigliosi occhi che è stato bellissimo vederli alzarsi più volte vinti e supplici, implorando pietà o grazia, da me, che sono stato il centro del loro universo.
che aveva sempre immaginato il principe azzurro ed il cavallo bianco, scoprire da sola lentamente che non poteva fare a meno di quando, con la mia mano, bloccavo con forza il suo braccio, o di quando le prendevo i capelli dietro la nuca e li tiravo con decisione e le giravo lentamente il viso verso il mio e mi gustavo la sospensione del suo respiro in attesa di ciò che sarebbe accaduto dopo, ma che, naturalmente, non veniva.
È il mio metodo: sono le donne che devono rendersi conto di appartenermi. Non voglio schiave costrette con la forza, ma solo donne che riconoscano che solo io posso dare a loro esattamente quello che desiderano anche se loro non sanno cos’è.
in ginocchio, seduta col suo culo sui talloni le ginocchia ben divaricate, mentre succhia la mia linfa e mi guarda, come a cercare la mia approvazione, temendo nel contempo, di leggerci un solo piccolo segno di fastidio: rabbrividendo al pensiero di quello che potrebbe significare.
, legata, aperta sul bordo della poltrona che conta ad alta voce il numero delle frustate per non aver obbedito prontamente ad un mio desiderio (non ordine, io non ordino mai e chiedo sempre tutto per favore).
, che sdraiata prona su un puff dilata con le mani le rotondità del suo culo per permettermi di usare senza difficoltà i suoi orifizi.
, che ho regalato in segno di amicizia ad un mio amico di Milano, che si era innamorato di lei.
Poi la tecnologia ha fatto passi da gigante, rendendo facili gli approcci: ricordo il videotel, e che conobbi tramite il suo schermo bicolore.
che è stato per lungo tempo il mio piatto da portata, la mia salsiera ed il piatto per la macedonia. , sapeva già di essere schiava, lo aveva sempre sognato e le sue fantasie erano piene di fruste e di umiliazioni, ma nemmeno nei suoi sogni più sfrenati aveva mai osato immaginare quella che era la sua vera natura.
vestita con abiti eleganti e leggeri, che mi segue al banco della frutta al supermercato. Prende il fico che le porgo si solleva con discrezione la gonna oltre il bordo delle autoreggenti scoprendo la sua fica nuda, così come desidero vestano le mie schiave.
, che inizia a giocare col fico, facendolo esplodere e quando i suoi umori si mischiano con la polpa, lo spinge dentro.
che gioca con fragole , acini d’uva, banane.
, che mi segue alle casse e poi fuori, con le cosce ben strette, consapevole che non desidero che venga disperso nemmeno una goccia dei succhi che riempiono la sua fica.
, che appena a casa apparecchia la tavola e vi si stende sopra.
, che attende che fissi con la cera le candele sul suo corpo.
, che apre le gambe e mi offre la frutta macerata dai suoi umori. È quasi un frullato, ma corroborante ed erotico. Io, che cerco la frutta dentro di lei con la mia mano e poi la scopo offrendole il mio cazzo da succhiare perché anche lei possa bearsi del sapore aspro e dolce insieme, della frutta e della sua fica.
, che prima di trasferirsi in Inghilterra, mi ha chiesto di marchiarla a fuoco, per portare con lei il simbolo della sua sottomissione.
Ora un altro passo avanti è stato compiuto sulla strada della comunicazione, rendendo più facile il mio lavoro di ricerca: internet permette oggi un contatto rapido fatto di chat, suoni ed immagini.
In una chat ho incontrato Francesca. È una vera schiava, con pochi limiti, consapevole del suo ruolo, disposta a sopportare qualsiasi dolore, qualsiasi umiliazione. È bello sentirsi dire, dopo averle fatto percorrere tutti i gradini della degradazione, che nulla di ciò che ha fatto lo ha sentito come un peso o come un’umiliazione.
Francesca, determinata a sopportare ogni mio capriccio, a realizzare ogni mia esigenza. Francesca, così bella quando le impongo quei dolorosissimi morsetti ai capezzoli per un tempo interminabile.
Francesca, che accetta, tremante di paura, i miei giochi e li sopporta, pervasa dal desiderio di non deludermi.
Francesca, che ricambia quanto le infliggo, con un tenerissimo ed eccitante sguardo pieno di sofferenza ed amore.
Francesca, che, col tempo, è riuscita a guadagnarsi uno spazio di confidente e complice, uno spazio d’amica.
Francesca, che porta il collare, segno distintivo della sua condizione di schiava; che si bagna ancora prima d’indossarlo; che lo esibisce quasi con orgoglio.
Internet mi ha permesso d’incontrare Animale. A lei ho dato appuntamento, la prima volta, in un cinema, naturalmente molto poco vestita: era questo l’ordine!
Con lei avevamo parlato molto, ma 500 chilometri rendono difficile qualsiasi cosa. Le nostre fantasie avevano corso lungo le linee telefoniche, così come le nostre confidenze. La grande sintonia che c’era tra noi ci portò al grande passo, lei sapeva che ero un master eppure accettò di venire vestita come le avevo ordinato.
“Entra e siediti in penultima fila, al centro, poi non muoverti qualunque cosa accada”. Questo era l’ordine.
Arrivo che il film è già iniziato, mi siedo in ultima fila, esattamente dietro a lei, riesco a percepire la sua ansia, apprezzo che, fedele alla consegna, non si volta a guardare chi è lo sconosciuto seduto dietro lei.
Mi sporgo dalla poltrona e mi avvicino al suo orecchio: “Non muoverti”, le ricordo, poi prendo una sciarpa di seta nera e la bendo.
“Porgimi le mani dietro la schiena” le dico. Un’altra sciarpa adempie il compito di legarle le mani. Lo faccio per lei: per liberarla dal bisogno di dover accennare una resistenza.
Mi alzo e vado a sedermi alla sua sinistra. Non ha detto una sola parola. Mi avvicino a lei e la saluto: “Ciao” le dico “Tutto bene?”. “Si ” mi risponde, quasi con un sospiro.
Le mie mani cominciano a prendere possesso del suo corpo, lo esplorano.
Provo la sua resistenza al dolore, ma soprattutto provo la sua capacità di accettare le mani di uno sconosciuto sul suo corpo.
Continuo a toccarla, finché non sento allentarsi la tensione e, nel contempo, salire la sua eccitazione. Allora ritiro la mano bagnata dai suoi umori, la passo sulle sue labbra, lei allunga la lingua come a succhiare le mie dita.
È tempo di toglierle la benda, dopotutto il film è carino! La sciarpa che le blocca le mani no, ancora no. Tutto deve avvenire a tempo debito.
Prima di uscire le sciolgo le mani e ci avviamo a piedi verso il suo albergo. Non è molto lontano e lungo la strada conosco un vicolo in cui non passa quasi nessuno. Una volta giunti nel posto più buio, quasi in mezzo al vicolo, dove c’è un solo portone che, per di più, rientra un po’ dalla linea del muro, la prendo per mano e la porto al riparo da sguardi occasionali, solo chi si trovasse ad entrare o uscire da quel portone potrebbe notarci.
La bacio, come per darle coraggio, poi con la solita sciarpa torno a legarle le mani dietro la schiena, all’altezza dei fianchi, questa volta forse spaventata del fatto di essere all’aperto accenna una certa resistenza, che, un pizzico in più di decisione doma subito.
Le sussurro dolcemente di inginocchiarsi e di farlo in fretta se vuole evitare punizioni.
La mia frase termina insieme al suo scendere a terra.
Offro il mio cazzo alla sua bocca, la guido con le mani finché comprende il ritmo del mio piacere, poi lascio spazio alla sua fantasia, penso solo al moltiplicarsi delle mie sensazioni alla bisogno di esploderle in bocca che cresce, cresce, fino a diventare un urgenza, fino a che, dal profondo del mio essere il mio desiderio risale il mio corpo fino a sgorgare, in una calda e densa sorgente, dentro la sua bocca.
Le do il tempo di bere e di pulire tutto con la sua lingua. Mi do il tempo di riprendermi e di essere di nuovo pronto.
Le dico di alzarsi, la prendo per le spalle e la faccio girare finché non mi mostra la schiena. Le alzo la gonna, mi godo lo spettacolo. Ora è lì piegata in avanti col culo scoperto, le gambe ben divaricate; la cosa mi eccita e la penetro energicamente tenendola con decisione per la vita.
escort accompagnatrice Milano
Posted by: | CommentsUna bella escort, alta un metro e settanta, fisico in forma, capelli nerissimi, lunghi ed un po’ crespi ed un visetto che ispirava affidabilità. L’aula era ampia e quadrata, lievemente scoscesa verso il lato rivolto a Nord. Accanto alla grande cattedra era posta una lavagna colma di polvere di gesso e dietro di essa, sul muro, era appeso un poster della tavola periodica di una escori porca. I banchi erano vecchi, ingrigiti dagli anni e dalle generazioni di studenti che si erano succedute una dopo l’altra alle lezioni che frequentava, lei che era di cultura universitaria. prese posto fra le file di mezzo, non troppo vicina alla cattedra da stare sotto al naso del professore durante la spiegazione né tanto distante da non essere veduta dall’insegnate. Essere un volto qualunque fra la folla, ma un volto sempre presente alle lezioni era ciò che aveva imparato ad essere dopo due anni di corso. In fin dei conti era questo che i docenti mostravano di apprezzare dai loro studenti. Il professore di Chimica generale era un ometto vecchio con un viso scavato da rughe e grinze come la corteccia di una vecchia quercia, ed aveva lo sguardo un po’ spiritato. Arrivò con matematica puntualità quando mancava appena un quarto d’ora alle nove, depose la sua cartella in pelle sul piano della cattedra e ne estrasse un volume di lucidi. L’aula era piena per un quarto solamente dei posti disponibili. Gli studenti si erano stancati col tempo di seguire le lezioni di quel vecchio noioso. -“Che barba!”- pensò –“Orbitali dell’atomo!”- In quel momento una ragazza dai capelli castani e mossi che le arrivavano alle spalle le si sedette accanto. la guardò con disinteresse. L’aveva già veduta qualche volta ai suoi stessi corsi e qualche volta si erano scambiate gli appunti del giorno, ma la conoscenza si era mantenuta sempre molto superficiale. sapeva che la ragazza si chiamava , che lavorava saltuariamente in una piccola pizzeria in centro e che era già iscritta al quarto anno benché avesse dato meno esami di lei. era una bella studentessa dalla carnagione abbronzata e liscia, i lineamenti del viso erano regolari e gli occhi castani come la chioma. In particolare era messa molto meglio di in quanto a curve ed era noto che il suo seno prosperoso ed il suo fondoschiena avevano fatto girare la testa a molti studenti durante gli anni scorsi. si guardò per un attimo il seno; rispetto a quello della ragazza che le sedeva accanto appariva minuscolo ed insignificante. La maglietta era rialzata solo di un poco, là dove doveva. -“Ma a che sto pensando?”- si disse, come vergognandosi di se stessa. sembrò non degnarla di uno sguardo, aveva preso block notes e penna e attendeva solamente l’inizio della lezione. Poi, pochi secondi prima che il professore iniziasse a parlare, la ragazza dai capelli castani sembrò ricordarsi di qualcosa, frugò nella tasca posteriore dei pantaloni e ne estrasse un pacchetto di carta grande quanto una lettera. Lo guardò sorridente ed i suoi occhi vispi brillarono di una luce furba. Infine, con indifferenza, appoggiò la busta sul banco a fianco del suo, proprio davanti al quaderno di . Quest’ultima lo osservò incuriosita mentre la scrutava trattenendo a stento il riso mentre parlava con la sua amica escort.
Eppure sul suo volto vi era ancora stampato un bel sorriso luminoso e pieno di malizia. non lo scorse neppure, troppo immedesimata nell’osservare inorridita quelle foto. -“Non lo fare! Il mio fidanzato…”- mormorò al limite della disperazione –“…è geloso marcio. E se lo dici a lui…”- -“Lui s’incazzerà come un animale, sicuramente ti mollerà e forse ti prenderà anche a schiaffi o peggio. Magari una bella scenata… e ci andrà giù pesante, anche più di quanto tu non pensi. Puoi stare sicura che in capo a due giorni sarai divenuta la protagonista assoluta di questi corridoi!”- Gli occhi di non sfiorarono mai il volto di ; era come se la prima trovasse l’altra indegna d’essere persino considerata. In fondo non si degna d’attenzione una mosca che sbatte le ali bagnate in un angolo del marciapiede, aspettando solo d’essere calpestata. -“Oh, e nel caso ti fosse venuta in mente l’idea di strappare le foto che hai fra le mani per cancellare le prove della porcheria che hai fatto”- disse –“Sappi che ho i negativi e posso farne quante ne voglio. Ne farò dei poster da appendere in aula magna se necessario.Tutti dovranno sapere!”- -“Ma come le hai avute?”- chiese . La sua mente era in pieno panico, la sua ragione navigava nel marasma della paura e della vergogna. A cosa sarebbe servito conoscere la provenienza di quelle foto? Ormai i giochi erano fatti, le prove c’erano e non le si poteva ignorare. Ma la sua coscienza si rifiutava d’accettarlo, era come se l’intera situazione fosse un incubo e non qualcosa di reale. Si sorprese tuttavia di non aver gridato, di essersi data un contegno dignitoso affinché in aula nessuno, dal professore all’ultimo degli studenti presenti, s’accorgesse della tragedia in atto. -“Ho le mie fonti, sai com’è!”- esclamò sorridente . Mentre parlava con prendeva appunti su quanto stava dicendo il professore. Non degnò la ragazza più giovane di uno sguardo. -“Ti prego, non dirlo a ”- supplicò . -“Vedremo…”- -“Ma…”- -“Non ora!”- rispose stizzita voltando il capo verso . Guardò la ragazza febbricitante come si guarda un insetto fastidioso che ci ronza vicino all’orecchio. –“Non vedi che mi disturbi? Insomma!”- -“Ti prego!”- supplicò ancora –“Se vuoi che faccia qualcosa…qualunque cosa…”- sogghignò malignamente –“In realtà si. Voglio qualcosa da te. L’espediente delle foto è solo un piccolo ricatto morale per ottenerlo. Un mezzuccio un po’ sleale ma tutto sommato efficace, non trovi?”- Nel cuore di , oltre alla sempre più angosciante morsa di disperazione, altri sentimenti si facevano ora strada. Primo fra essi la rabbia, un odio sordo e totale che aveva come unico scopo d’esistere la risatina immonda della ragazza comodamente seduta di fianco a sé. Ma la ragione trattenne le mani di dall’infilare le unghie nel viso della nemica, ciò sarebbe equivalso a confessare con la propria voce il tradimento nei confronti di . -“Che cosa vuoi?”- chiese allora , mentre nella sua voce ora si scorgeva astio e non solo smarrimento. Ma , incurante del risentimento della sua povera vittima, rise di quella furia incatenata. -“Vieni oggi, a casa mia. Sai dove vivo, giusto? Davanti piazza Dalmazia, al primo piano davanti alla villa col giardino. T’aspetto non più tardi delle tre”- Ripose penna e quaderno nello zainetto e fece per alzarsi. La lezione di chimica era giunta appena ad un quarto del suo svolgimento. -“Ah, portami un regalino. Una scatola di cioccolatini o dei fiori. Sai, sta male presentarsi in casa d’altri senza un piccolo presente per la padrona, ti pare? Se opti per i cioccolatini fa che siano di marca buona. Ed io amo le rose rosse. Mi raccomando, alle tre e con un regalo. Sgarra ed io ti sputtano davanti a tutta l’Università, bidelle comprese. Ritarda di un solo minuto e non mi troverai in casa, sarò sulla strada per andare a trovare il tuo caro fidanzato. Quel cornuto…”- non aveva il coraggio di sollevare lo sguardo.
I suoi occhi andavano avanti ed indietro, dalle foto rannicchiate sul banco e parzialmente coperte dalla copertina del quaderno alle gambe della sua aguzzina. Vide che indossava un paio di scarpe da ginnastica nuove. -“Come vuoi”- disse infine. -“E chiamami Padrona, da ora in avanti, capito? Non voglio più sentire parlare di ! Chi è ? Io sono solo la tua Padrona. Sta bene?”- strinse i denti fin a sentire male alle gengive ed alla radice dei denti. –“Come desideri, Padrona”- -“Ti sei dimenticata la terza persona singolare”- -“Come desidera, Padrona. Va bene così?”- s’alzò in piedi –“Le foto te le regalo, tanto ti ricordo che ho i negativi. Goditele, serva. Ciao!”- Se ne andò movendo il culetto rotondo e perfetto in modo appariscente e sensuale. la osservò andare via e le parve di morire. Era la schiava di una sua compagna di corso. Le poche ore che la separavano dalle tre del pomeriggio, sentiva in cuor suo, non sarebbero trascorse mai. Aveva ragione. si presentò in piedi davanti alla porta dell’appartamento di ed alle tre mancavano ancora dieci minuti buoni. Fremeva, e non a torto. Lungo la strada non aveva cessato un attimo di rimuginare su cosa avrebbe fatto, a quel che sarebbe stata la sua reazione una volta che fosse venuta a trovarsi faccia a faccia con la sua nemica. Nemica, si, e non avversaria. L’avversario è qualcuno con cui ti confronti. Ci si batte ad armi pari con un avversario. No, semplicemente era una nemica, aveva aperto le ostilità senza motivo alcuno, colpendo alla schiena ed approfittando del vantaggio. La lezione di Chimica inorganica di quella stessa mattina era stata la sua Pearl Harbor. Ma non ve ne sarebbero state altre, giurò . Non avrebbe dato a quella strega l’opportunità di infierire ulteriormente su di lei. Suonò il campanello una sola volta. venne ad aprire dopo un paio di minuti. Mentre vestiva in jeans e maglietta nera, come in aula, s’era messa in libertà. Indossava un paio di pantaloncini cortissimi, neri, che le lasciavano scoperte le belle cosce piene e sode e stringevano morbidamente l’attaccatura delle gambe alle natiche generose. Sopra vestiva una T-shirt bianca senza maniche e non indossava né reggiseno né canottiera. aveva rivisto questa scena mille volte nella propria fantasia, come un serial-killer che immagina il palcoscenico del suo prossimo omicidio fino alla pazzia. Aveva veduto se stessa mentre affrontava la sua aguzzina con ferocia, verbalmente ed anche fisicamente, se vi fosse stato bisogno. Aveva contemplato l’ipotesi di colpirla, schiaffeggiarla, batterle la faccia contro un muro artigliandola per i capelli. Prenderla a calci e lasciarla boccheggiante sul pavimento. Questo, beninteso, prima di trovarsela davanti nella realtà. Quando aprì la porta e le sorrise con la sua bella bocca, le sue labbra carnose e sensuali, i suoi occhi brillanti, la sicurezza di scomparve di colpo. Quella ragazza ha le foto che potrebbero compromettere la tua faccia davanti a tutti, si ripeté.
Rovinerà la tua storia d’amore con la severa Mistress, gli sussurrò la voce da lontano, i tuoi amici ti lasceranno. E l’altro ragazzo? Valerio? Il tuo amante non più segreto? Ci hai pensato? Anche lui ha una ragazza. Ti tratterà come una cagna se lo trascini nel fango con te. E si vendicherà. Oh, se si vendicherà! -“Lascia perdere, !”- disse ancora la voce –“Abbandonati! L’unica strada è affidarsi alle mani di questa ragazza. Tu sei sua!”- Lo sguardo di planò ai piedi di , che erano fasciati da un bianco paio di calzettoni alla caviglia con gli orli arrotolati e calzavano ciabatte senza tacco che lasciavano scoperto tallone, dorso e punta delle dita. -“Entra, vuoi restare lì sulla porta?”- disse . mosse un passo avanti, sempre tenendo lo sguardo basso. -“Gra…grazie”- sorrise, lasciò che la ragazza fosse entrata e poi chiuse la porta, sbattendola. Girò la chiave nella toppa e mise la catenella. si sentì come un topo in trappola. -“Perché?”- le chiese la vocina interiore –“Non è una porta chiusa a chiave che ti ingabbia. Ciò che ti imprigiona in questo momento è lo sguardo di colei che ti è davanti”- -“Sei in anticipo”- disse –“non sei riuscita a darti pace, eh?”- -“No”- rispose –“Non ci sono riuscita. Come avrei potuto?”- -“Non avresti potuto, infatti”- le passò una mano fra i capelli. non si mosse e continuò a guardare verso i piedi della sua aguzzina. -“Hai lo sguardo serio serio, povera piccola” disse la Padrona. Il suo tocco, da principio poco più vigoroso di una energica carezza si stava lentamente trasformando in una formidabile presa. Se nella fantasia di era lei a torcere i capelli alla nemica, nella realtà era ad avere facilmente il sopravvento. -“Eh, si. Mi divertirò davvero molto con te, lo sai?”- strinse più forte e la testa di fu forzata verso il basso –“Non ti voglio male, non più di quanto non ne voglia ad una qualsiasi persona che non conosco e che vedo passeggiare per i corridoi dell’accademia tutti i giorni. Capirai che quello che voglio non è rivalermi su di te perché mi sei antipatica o perché mi debba vendicare di qualche sgarbo subito”- aveva il collo piegato ad angolo retto, il mento conficcato alla base del collo. La spinta di s’arrestò per un momento e la lasciò lì, in quella posizione scomoda, ad ammirare dall’alto le sue belle gambe di Padrona. -“Quello che faccio è solo divertirmi. Le foto? Bah! Un incentivo per stimolarti inizialmente ad obbedirmi. Sono più che convinta che dopo che mi avrai fatto da schiava per i primi due o tre giorni non potrai più fare a meno dei miei piccoli soprusi. Sul serio! Sono convinta che piacerà anche a te!”- non rispose. -“Non credi?”- chiese . Ancora nessuna risposta. allora spinse improvvisamente la mano con la quale artigliava la nera chioma di verso il basso. si ritrovò inginocchiata, con la testa all’altezza delle ginocchia di e la mani pigiate sul pavimento a pochi centimetri dai piedi della Padrona. sollevò una gamba, senza fretta, mollò i bei capelli di e poggiò un’estremità ancora calzata nella pantofola sulla nuca della ragazza. Premette. La schiava piegò ancor di più la schiena, fino a sentire fitte dolorose come punture d’aghi lungo tutta la colonna vertebrale. La sua faccia fu spinta ad un palmo di distanza appena dal pavimento. -“Ti impegni poco, ”- disse con voce sarcastica –“Vedi, io posso fare di te ciò che voglio. E’ in questo che consiste il mio divertimento. Tu devi solo assecondarmi”- Ruotò il piede sulla nuca di –“So che in questo momento mi odi più di qualunque altra cosa e persona al mondo, ma non ti sgomentare. Come ti ho già detto si tratta di un risentimento passeggero, destinato a durare qualche giorno al massimo. Lentamente il tuo spirito verrà fiaccato ai miei desideri. Quel sottile senso di sottomissione misto a piacere che ora trovi così umiliante ti pervaderà ed allora lo troverai dapprima sopportabile e poi, alla fine, addirittura inebriante. Non potrai farne a meno. Aspetta un mese al massimo e vedrai. La sola idea di non poter più essere la mia serva ti spaccherà l’anima come te l’ha ferita questa mattina la mia piccola proposta”- Detto questo sollevò anche l’altro piede da terra e, gravando interamente col proprio peso sulla testa di una genuflessa e sconfitta, si gustò i lamenti soffocati ed i singulti spezzati della propria schiava. La faccia della serva scivolò sulla fredda superficie del pavimento in marmo bianco e lì rimase sotto la spinta dei piedi della bella . Trascorsero alcuni minuti. Il dolore alla schiena della sottomessa era divenuto un unico continuo urlo insopportabile, così come il penetrare dei bordi duri delle suole della ciabatte nella pelle della nuca. pianse. la lasciò fare per qualche istante ancora; poi, pienamente soddisfatta, scese dal suo corpo. Agguantò ancora una volta per i capelli e, senza dare tempo alla serva di riprendersi dal dolore, la forzò ad alzarsi e la trascinò in un’altra stanza.
Al centro della sala era posto un tappeto ed un tavolinetto in vetro e legno. Alcune riviste di moda e gossip erano sparse alla rinfusa sul piano. Addossato ad una parete stava un bel divano bianco mentre sul lato opposto della stanza vi erano un TV color ed una piccola libreria colma di volumi. riconobbe alcuni libri del suo corso di studi. Un’ampia finestra illuminava la stanza e sull’ultima parete la ragazza vide un’alta scaffalatura piena di libri ed un piccolo acquario con pesci variopinti e piante tropicali. s’avviò verso il divano e costrinse a seguirla quattro zampe. La povera serva doveva procedere come una cagna perché la Padrona non le permetteva di sollevare la testa più in alto delle proprie gambe. Aveva il viso a pochi centimetri dal sedere tondo e bellissimo di e la Padrona glielo agitava davanti nel camminare in modo sensuale ed elegante. Per un attimo, un attimo solo, ne fu ammaliata. si sedette sui morbidi cuscini del divano e lasciò la chioma di . Questa si sollevò un poco portandosi le mani alla nuca dolorante. -“Torna in ginocchio”- ordinò , senza alzare la voce. esitò. -“Schiava! Obbedisci!”- Queste parole percossero come una frustata e la ragazza si chinò davanti alla Padrona. -“Toglimi le ciabattine”- prese prima un piede e poi l’altro, tolse da entrambi le pantofoline e le appoggiò sul pavimento. -“Sulle mani”- disse tranquillamente . -“Come?”- -“Ho detto sulle mani. Sulle tue mani. I miei piedini si raffreddano a stare fermi sul marmo, li devi adagiare sulle tue mani”- sollevò i piedi di e distese le sue mani sul pavimento. vi appoggiò sopra i talloni e l’incavo delle piante. Muoveva le dita con leggiadria, assaporando l’orgoglio di in frantumi. -“Ora toglimi i calzettoni”- incalzò. -“Ma…”- balbettò la schiava. Stava per dire –“Come faccio a toglierle le calza se ho le mani sotto ai suoi piedi?”- -“Non lo fai?”- chiese fra il divertito e lo strafottente. -“Dovrei spostare le mani”- -“Nient’affatto!”- esclamò , sollevando un solo piedino e strofinandone la punta sulle labbra semidischiuse di –“Lo farai con la bocca, tutto qui. Ma attenta a non pizzicarmi con i denti, altrimenti ti calpesterò come poco fa. Solo che lo farò con i tacchi a spillo, ci siamo capite?”- non ebbe bisogno di rispondere. Era annientata e sconfitta in partenza. Si chinò fino a sfiorare le caviglie dell’aguzzina con la bocca, afferrò quanto più delicatamente possibile l’orlo delle calze fra i denti e le labbra e fece scendere il primo calzino. Il piedino di era abbronzato ed aveva il colore della più bella gemma d’ambra che avesse mai vista. I suoi occhi ne percorsero il tallone fiero e forte e le dita affusolate, poi spostò la bocca verso il secondo calzino e ripeté da capo l’operazione. I calzini infine giacevano sul pavimento. -“Stasera lavali”- disse . -“Eh?”- -“I miei calzini, intendo. Li porti a casa tua e li lavi. Me li riporterai quando saranno puliti e stirati”- sbuffò la Padrona, col tono di chi ha ripetuto lo stesso ordine un numero di volte tale da far perdere la pazienza –“Schiava. Ti fai ridire le cose un po’ troppo spesso. Così non va bene”- E così dicendo premette un piede sulla faccia di . La serva avvertì la pianta del piede che le schiacciava la guancia sinistra e l’unghia dell’alluce che si divertiva a tormentare il suo sopracciglio. -“Devi imparare a prevenire i miei desideri al più presto. Desidero che tu sia in grado di eseguire i miei ordini nel momento stesso in cui la mia mente li formula, intesi?”- -“Farò del mio meglio, Padrona”- tolse il piede e lo riappoggiò sulle mani di . Sorrise. -“Va bene, ora leccami i piedi. E fallo bene”- -“Ma…” esitò –“Come vuoi”- -“La terza persona, schiava. Usa le formalità che ti sono dovute”- -“Come vuole Lei. E mi perdoni”- -“Così va già meglio. Datti da fare”- non indugiò oltre. Leccò il dorso di quei meravigliosi piedini che ora le stavano calpestando le mani, facendole dolere le articolazioni delle dita. Ad ogni colpetto di lingua sentiva la sua anima lacerarsi sempre più in profondità. Non capiva nemmeno più perché stesse facendo quello che stava facendo. Il ricordo delle foto e del ricatto s’era come sbiadito nel dolore di qualche minuto prima, quando aveva sentito la sua schiena prossima al rompersi sotto ai piedi di quella che ora era la sua Padrona.
E qual’era lo scopo della sua visita a casa di ? Riprendersi le foto? Convincerla a strappare i negativi? Supplicarla? Minacciarla? Picchiarla, forse? non lo ricordava più. Si sentiva assopita ma sveglissima, smarrita in un dormiveglia atono e tuttavia vigile come un gatto. Leccò a lungo i piedi della ragazza che la stava ricattando e che l’aveva fatta soffrire fisicamente e psicologicamente. Passò e ripassò con la lingua fra le dita, si sforzò di raggiungere ogni anfratto dell’arco plantare e del tallone. seguì con attenzione l’umiliante lavoro di Stefana. Muoveva i piedi per indicare di leccare ora in punto, ora in un altro. La schiava capiva al volo e s’impegnava. -“Bene!”- esclamò dopo un poco –“Mi ritengo soddisfatta”- Sollevò entrambi piedi e calò due colpi di tallone sulla testa di un’indifesa . La schiava, intontita, si ritrovò con la faccia sul pavimento, ancora una volta sotto ai piedi di . -“Visto che non è poi tanto disgustoso leccarmi i piedi?”- domandò sarcasticamente la Padrona. -“Si, Signora”- -“Non ne sei convinta?”- non rispose, non ve ne era bisogno. -“Ti stai rendendo conto che la vita da schiava ti piace e questo ti preoccupa, non ho forse ragione?”- Silenzio da parte della sottomessa. spostò le gambe, le ritrasse verso il bordo del divano –“Le pantofole. Mettimele”- si mosse a fatica come una bambina che sia stata appena pestata dal bullo di quartiere. Raccolse le pantofole di e le calzò ai piedi della Padrona. Lo fece con la massima devozione e questo non sfuggì di certo all’occhio furbo dell’aguzzina. la odiava, lei era la sua nemica, e tuttavia pur di non perdere la faccia la ragazza le aveva giurato fedeltà ed obbedienza. In quel momento ne fu certa, sarebbe diventata la sua schiva a tutti gli effetti. Aveva previsto che per il primo giorno un trattamento come quello che aveva appena subito fosse sufficiente, pensava che l’avrebbe congedata al termine della prova orale, dopo averla fatta interrogare in lingue dai suoi piedi, invece la schiava pareva avere a disposizione energie e capacità di sopportazione insospettabili. La sua lingua era una carezza morbida e invitante, il suo corpicino armonioso e gracile pareva il tappeto ideale per infierire a pieno peso con scarpe dalla suola robusta. E poi quell’espressione frustrata, quell’aria sconfitta e mortificata fecero fremere il sesso di . La Padrona desiderò mettere alla prova se stessa. Volle vedere fin dove avrebbe potuto spingere la sua schiava col suo ricatto. -“Schiava, vieni da me”- disse. Fece per uscire dal salotto, poi con la coda dell’occhio s’accorse che la stava seguendo ritta in piedi, con lo sguardo basso ma sulle sue gambe. Si fermò così bruscamente che per poco la schiava non le andò a sbattere contro. -“Brutta stronza!”- urlò –“Che cazzo fai? Mi segui così, in piedi?”- si riscosse dal torpore. Guardò allibita la Padrona senza capire bene quale crimine avesse mai commesso, quale mancanza fosse stata così grave da far imbestialire a quel punto. -“Giù in ginocchio!”- esclamò –“A quattro zampe mi devi venire dietro. Anzi, già che ci siamo sarai la mia cavallina”- Appena si fu prostrata a terra e le sue mani già martoriate ebbero toccato il pavimento la scavalcò e si sedette senza pietà sulla sua schiena. Poi sollevò i piedi da terra e le mise ai lati della testa di , in modo da giacere con tutto il peso sulla schiena della serva. -“Trotta, cagna”- disse. obbedì, sempre più sottomessa dalla vergogna. Compiuti i primi cinque metri iniziò a sghignazzare. Le piaceva proprio tanto farsi portare in giro a quella maniera.Teneva le pantofole mezze sfilate dai piedi e le dondolava sulla punta dei piedi, sfiorando con esse gli occhi in lacrime di . -“Dove devo andare, Padrona?”- chiese , quando fu in mezzo al corridoio. era un po’ indecisa. L’appartamento era piccolo e le stanze tutte disposte attorno a quell’unico corridoio. La sua prima idea era stata quella di dirigersi subito verso il bagno, però la breve cavalcata l’aveva fatta desistere; era troppo bello starsene comoda e rilassata sulle spalle di mentre quella faticava come un mulo, trasportandola ovunque ella volesse. -“Vai verso la cucina”- disse infine. -“Non so dov’è”- -“Ah, già, è verso sinistra”- obbedì. Le sue spalle tremavano sotto al peso di , che dal canto suo invece godeva di quella sofferenza.
Sentiva in preda al dolore sotto di se e lei se ne restava seduta senza neppure ansimare. Per incoraggiare la schiava le prese in mano i capelli e glieli tirò, poi la schiaffeggiò e la colpì al fianco con una tallonata. mandò un gridolino, i muscoli delle sue braccia si contrassero allo spasimo, pronti a cedere dopo un altro passo. le strattonò i capelli fin quasi a strapparli. -“Prova a cadere e ti schiaccio la testa sotto ai piedi”- sibilò l’amazzone con tale cattiveria che si sorprese persino lei –“Ti cavo gli occhi con i miei tacchi, stronza!”- raccolse allora tutte le forze residue. Quello che stava accadendo in quel piccolo appartamento di Firenze era assolutamente assurdo, non aveva motivo di essere. Tuttavia così era, una ragazza si divertiva a maltrattarne un’altra e la schiava doveva solo pensare a far divertire la sua carceriera. Solo questo contava per , ora. Far divertire la Padrona. Eseguì gli ordini. Trasportò a lungo, quel pomeriggio e quando, dopo una mezz’ora di trotto, la bella aguzzina si fu scocciata di quel gioco, aveva ginocchia e mani doloranti e riusciva a stare in piedi a stento. la osservò barcollante ai suoi piedi e ne rise –“Bene, schiavetta, la prossima volta mi porterai a cavalluccio nella stessa maniera ma in mezzo ad un prato. Ho sempre sognato di cavalcare in campagna”- Le porse un piede –“Baciami i piedi”- si chinò e baciò i piedi di . Erano in bagno. aveva deciso di terminare la cavalcata nella stanza dei servizi. Si abbassò i pantaloncini fino alle caviglie e rimase con indosso solo con gli slip bianchi. Era davanti alla tazza e mostrava il fianco a , inginocchiata ai suoi piedi. La schiava aveva le gambe intorpidite dal dolore. -“Come sono secondo te?”- chiese ad un certo punto . -“In che senso, Padrona?”- era titubante. Non capiva il significato della domanda della sua Padrona. -“Come sono, no? Come sono fatta! Sono bella, brutta, grassa, sfatta…?! Dimmi la verità!”- guardò a lungo. Non vi aveva fatto caso da quando era entrata nell’appartamento ma la Padrona, con maglietta e pantaloncini corti, era veramente bellissima. Fisicamente perfetta, non un filo di grasso, eppure non era neppure magra come tante modelle anoressiche che spesso appaiono sulle riviste d’abbigliamento. Quelle gambe lunghe e forti e quelle natiche rotonde e sode riempivano gli occhi della schiava. I piedi della Padrona, li conosceva già molto bene, erano eleganti e sensuali, senza le rughe ed i calli tipici di chi cammina molto. Più in su lo sguardo della serva non s’azzardò a salire. Non se la sentiva d’incrociare nuovamente l’espressione trionfante ed arrogante di . -“Lei è molto bella, Padrona”- disse con aria avvilita. rise –“Più di te?”- La serva indugiò ancora –“Beh,…”- -“Coraggio, voglio una risposta chiara e sincera. Mi consideri più bella di te o no?”- -“S..si”- balbettò . -“Come?”- -
“Si, Padrona”- -“Non ne sei molto convinta, mi pare. Davvero lo pensi o lo dici così, tanto per farmi piacere?”- Sollevò un piede e poi l’altro dai pantaloncini accasciati sul pavimento ed iniziò a sfilarsi lentamente gli slip, facendoli scivolare lungo le cosce. -“Si, Padrona”- ripeté –“Lei è bella…bellissima, molto più di me. La mia Padrona è perfetta!”- esclamò in un impeto d’entusiasmo la serva. Aveva appena lodato la persona che più odiava al mondo. Si sentì annullata nel corpo e nella mente. La sua autostima e la fiducia in se stessa erano andate a farsi un giro ai Carabi. Probabilmente non sarebbero più tornate o forse, se qualcuno avesse guardato bene, le avrebbe trovate spiaccicate sotto le suole delle pantofole di . -“Aiutami a togliere le mutandine”- obbedì ancora una volta. Non era la cosa più ripugnate che la Padrona l’avesse costretta a compiere in quelle poche ore. Pose le mani verso le ginocchia della sua Signora dove l’indumento intimo si era fermato e stava per farle scendere fino alle caviglie della proprietaria quando , con lucida premeditazione, la colpì con un sonoro schiaffo in mezzo al volto. , già provata dalla lunga cavalcata e dal calpestamento di prima, crollò a terra come un fantoccio senza ossa. Si portò la mano alla guancia, che si stava velocemente arrossando e guardò attonita la Padrona. la fissava con aria severa –“Ti ho forse chiesto di usare la mani? Cioè, le zampe? Tu sei un’animale! La mia cagna!”- Le prese il mento con la mano sinistra, sollevandole la testa con l’indice e facendo in modo da guardarla dritta negli occhi sconfitti. -“Usa la bocca. Hai una bella bocca, dopotutto, l’ideale per i miei slip. O forse pensi che le mie preziose mutandine meritino qualcosa di meno?”- Spinse via , allontanandola dal proprio cospetto. Immediatamente la schiava tornò ad abbassare lo sguardo verso il pavimento. -“No, Padrona”- disse –“Userò la bocca”- Si fece forza e prese un lembo del tessuto fra le labbra, stando attenta a non aumentare troppo la pressione dei denti. Sapeva che una piccola piega lasciata sulle mutandine di avrebbe reso furente la giovane Padrona. Ora era con la testa fra le cosce della sua Signora che la guardava tutta soddisfatta da sopra. aveva un’espressione a metà fra il divertito e l’annoiato; seguiva le prodezze di stando ritta in piedi a gambe leggermente divaricate e con le mani appoggiate ai fianchi. si prostrò fino a toccare con la fronte la fredda superficie del pavimento, sempre continuando a tenere gli slip di in bocca. Quando le mutandine furono arrivate alle caviglie della ragazza, quest’ultima sollevò di scatto un piede e lo calò altrettanto velocemente sulla testa di , badando a non lesinare la pressione. gemette e si lamentò. Un urlò strozzato le morì in gola. si sedette sulla tazza, tranquillamente, e quando si fu accomodata sollevò anche l’altro piede e lo premette sulla nuca di . La serva capì che avrebbe dovuto attendere in quella posizione finché la sua Signora non avesse sbrigato i suoi bisogni fisiologici. Sentì dopo poco il suono inconfondibile di un flusso d’urina che batte contro la ceramica del water. Poco dopo le tolse i piedi dalla testa. -“Hurry up, cagna!”- esclamò tutta allegra la Padrona –“Adesso t’insegno come essermi utile da questo momento in avanti”- barcollò, si spinse con la testa ad un palmo di distanza dalle ginocchia di e cercò di sollevarsi in ginocchio ma la dominatrice la precedette, afferrandola per i capelli e tirandole il viso verso l’alto. Contemporaneamente s’alzò in piedi e schiacciò la bocca di contro la propria vagina ancora umida –“Dai, tira fuori la lingua e leccami per benino! Non sei capace di mantenere un rapporto leale ed onesto con un ragazzo, vediamo se almeno sei in grado di funzionare da carta igienica!”- non resistette all’ordine impartitole da , non vi provò neppure. Tirò fuori la lingua e leccò con dovizia di premure il sesso della Padrona.
Il sapore dell’urina della ragazza le invase la gola, le provocò un senso di nausea, ma lo respinse e si sforzò di procedere. Inoltre, superati quei primi secondi di repulsione, dovette ammettere a se stesa che il gusto che le pervadeva il palato non era poi così schifoso come aveva creduto. E in più stava gradendo moltissimo quel trattamento. La schiava se ne accorse dai movimenti ondeggianti e flessuosi del bacino, dalla forza crescente con cui la mano le stringeva i capelli, dai mormorii di piacere che uscivano dalle labbra di . -“Brava, cagna…continua. Lecca, lecca, lecca cagna schifosa…sporca metticorna bastarda, sei la mia carta igienica….”- disse la Padrona. Sembrava non volersi più fermare, aumentava e diminuiva la pressione del sesso contro la faccia di a seconda del suo piacere, senza badare minimamente agli sforzi compiuti dalla serva. Solo un paio di minuti furono sufficienti per farle raggiungere l’orgasmo. Fu una scarica forte ed intensissima che l’attraversò dalla testa alla colonna vertebrale e le raggiunse le ginocchia. la percepì in bocca, la ricevette senza esitare, la fece sua e poi, con l’acquietarsi dell’impulso erotico della sua Signora, le sue forze vennero meno e s’accasciò definitivamente sul pavimento. Quello che successe nei minuti successivi ebbe il gusto del dormiveglia per . La ragazza giacque intontita e quasi del tutto priva di coscienza, nel bagno della sua nuova proprietaria. Quando riuscì a sollevarsi non c’era più. Si ricompose alla meno peggio e riacquistò un po’ di energie. Uscì dal bagno sulle quattro zampe, come voleva e si diresse verso il salotto, da dove proveniva la voce della Tv accesa. La Padrona era languidamente sdraiata sul soffice divano, le gambe distese strusciavano fra loro, producendo un fruscio di seta. Non degnò di uno sguardo mentre la schiava le si avvicinava procedendo nella sua umile postura canina. Quando la serva fu arrivata al divano sollevò una gamba e con un piede accarezzò la testa ancora spettinata dell’altra. -“E’ stata dura oggi, non è vero?”- chiese, senza tuttavia tradire rimorso o vergogna per ciò che aveva fatto subire ad una sua compagna di Università. Sembrava che trattare come una cagna fosse una cosa normale per lei, un po’ com’era normale adesso strofinarle la pianta del piede sul volto. La schiava annuì, quasi rilassata dal tocco del piedino di che ora era leggero come una piuma e trasmetteva calore e comprensione. -“Sei stata grande, lo sai?”- si complimentò –“Veramente una gran forza d’animo”- -“Grazie, Padrona”- disse e nelle sue parole c’era una gratitudine che stupì pure se stessa. -“Ora va’. Sei libera”- -“Vuol dire che…”- -“Che puoi tornare a casa”- -“E le foto?”- -“Ah!”- esclamò la Padrona battendo il piedino con dolcezza sul naso della schiava –“Questo è un altro discorso. Non è che non voglia dartele, ma poi tu ti vendicheresti subito di me, di quello che ti ho fatto subire oggi”- Aveva ragione, la schiava si svegliò. Caspita, anche se ora la stava accarezzando con dolcezza quella era pur sempre la vipera insidiosa che l’aveva ricattata con le foto del suo tradimento, che aveva minacciato di spargerne l’immagine per i corridoi dell’Università, che l’aveva calpestata e costretta a leccarle i piedi ed il sesso. Che aveva infine goduto nella sua bocca lasciandola tramortita sul pavimento. E poi la stava accarezzando, si, ma si potevano chiamare carezze affettuose quelle di ? Più che altro l’aguzzina stava pulendosi la pianta del piede sul suo naso, pensò . -“Dunque devi comprendere che quelle foto rappresentano il mio….chiamiamolo deterrente per mettermi al riparo da ogni tua possibile rappresaglia. Ma non ti devi preoccupare. Federico non le vedrà mai, a meno che naturalmente tu non mi provochi dispiacere”- Questo tranquillizzò in parte la schiava perché appariva sincera. -“Ora vai, come ti ho detto sei libera. E mettiti in piedi, non sei più la mia cagna!”- disse allontanando il piedino dal viso di e riappoggiando la gamba sul morbido divano –“Oggi mi sono divertita molto con te!”- rimase in silenzio un momento, poi fu tale il sollievo per aver evitato lo scandalo che prima di alzarsi ed andarsene prese entrambi i piedi di fra le mani e li baciò un’ultima volta. Con grande piacere di quest’ultima. -“Allora addio, Padrona”- disse . -“Non devi più chiamarmi così”- la rimproverò bonariamente l’altra –“E da domani sarò nuovamente solo una tua compagna di corso. Quindi non dirmi addio ma solo arrivederci”- -“Arrivederci”- rispose l’altra. Se ne andò. non la seguì neppure fino alla porta di casa, rimase comodamente sdraiata sul divano. Solo qualche minuto più tardi si rese conto di una cosa. I calzini non c’erano più. Li aveva lasciati sul tappeto in salotto, non c’erano dubbi, ma ora sul tappeto non c’era nulla. Ricordò le sue parole “stasera porta a casa i miei calzini e lavali”. -“Possibile che li abbia presi lei…?”- si domandò. scese le scale del condominio di due gradini per volta. Era sfinita e sconvolta. Aveva davvero baciato i piedi a quella carogna per ringraziarla prima di andarsene? Non gli sembrava vero. Perché l’aveva fatto, si domandò. Forse per il sollievo d’aver udito la promessa di di non consegnare le foto? Ma perché poi? Un giuramento a voce non è un atto concreto, le prove che potevano comprometterla erano ancora nelle mani di una ragazza che aveva abusato di lei per tutto il pomeriggio, divertendosi anche molto. Quindi non era un bacio di riconoscenza. Forse un gesto di piacere? Piacere.
La sola idea la fece rabbrividire. Piacere nel farsi spezzare la schiena, nel farsi torturare il collo sotto le suole di un paio di pantofole? Piacere nel leccare piedi sudati e scarpe polverose? Ma si può davvero trarre piacere da queste cose, si chiese. Poi la sua razionalità prese il sopravvento. Mai, si disse. Tornò a casa affamata e scarmigliata, si tolse il cappotto e lo gettò sull’attaccapanni. In quel momento, da una delle tasche del soprabito, cadde un fagotto bianco grande quanto un pugno. lo vide e sulle prime non si rese neppure conto di cosa si trattasse. Poi una morsa la prese allo stomaco. -“Non è possibile…che cosa ho fatto?”- L’indomani mattina si recò all’Università di buon’ora. In programma c’erano due ore di Istologia ed una terza ora di Patologia generale. Prese posto fra le ultime file e lasciò che il tempo scorresse scarabocchiando pochi, disordinati appunti con una matita spuntata. Aveva trascorso una notte molto tranquilla e non aveva avuto alcun problema a prender sonno. Tuttavia la sera, poco prima di coricarsi, aveva pensato per diverso tempo alla sua schiava. Non se la sarebbe lasciata sfuggire tanto facilmente, questo era certo. L’accordo era di non far vedere le foto a nessuno a patto che si fosse comportata bene con , ma queste, la ragazza dai capelli castani lo sapeva bene, erano solo parole regalate al vento. Se le fosse venuta voglia di trascorrere un altro pomeriggio come quello del giorno prima non avrebbe avuto bisogno d’altro che di schioccare le dita e rinnovare il ricatto. Magari avrebbe potuto giustificare la cosa chiedendo a favori impossibili e poi rimproverandola di non aver fatto abbastanza. Al momento giusto le avrebbe ricordato di essere in possesso delle prove della sua scappatella amorosa. Si, non c’erano problemi. le apparteneva ancora. E perché no, magari un giorno la serva avrebbe davvero imparato ad apprezzare la sua Padrona e ad accettare il suo status, non come qualcosa d’imposto ma come una vocazione. In fondo in quale altro modo si sarebbe potuto giustificare quell’ultima mortificante prova di sottomissione, subito dopo aver detto alla schiava di andar via e di non preoccuparsi delle foto? ne era certa, nascondeva una forte natura masochista. Una natura prepotentemente celata dalle rigide regole di comportamento che la società le aveva imposto. Forse non era stato un caso che la serva si fosse scoperta per quel che era solo alla fine della giornata. Dopo essere stata spezzata in ogni modo, sia fisico che morale, le sue difese psicologiche si erano molto indebolite. Per un attimo era stata se stessa, giudicò . Rimuginò sulle possibili evoluzioni del rapporto col suo nuovo giocattolo ed attese l’inizio delle lezioni. -“In quel momento, mentre le accarezzavo la faccia col mio piede, non le importava nulla delle foto, non le importava nulla di tutto ciò che la circondava. Per la prima volta seguiva i suoi istinti più reconditi, i suoi desideri. E ha desiderato baciarmi un’ultima volta i piedi”- Quel pensiero le fece provare un piacevole formicolio all’inguine. Forse l’avrebbe richiamata prima del previsto. La sua mano scese sul ventre e poi, con circospezione, ancora più in basso. In quel momento apparve . Si mise a sedere accanto a lei e la salutò con un sorriso timido. -“Buongiorno”- -“Ciao”- disse . Stava per accennare al mal di schiena che sicuramente doveva esserle venuto dopo il trattamento del giorno precedente ma la precedette. -“Le ho portato queste”- disse la serva, e da sotto il banco le porse le calze bianche. le prese e le guardò. Erano perfettamente lavate e stirate, piegate con cura. Ne rimase un po’ sorpresa ma una nuova ondata di calore la pervase. -“Ben fatto, schiava”- ridacchiò, dando maggiore enfasi possibile all’ultima parola –“Davvero un ottimo lavoro”- Le porse una mano davanti al viso. esitò un istante e poi la prese nelle sue e la baciò. -“Ti faccio baciare la mia mano solo perché questi posti a sedere sono maledettamente piccoli e scomodi. Tu non avresti spazio per inginocchiarti ed io non ne avrei di più per stendere le gambe. In un’altra situazione saresti tenuta baciarmi le scarpe, lo sai?”- -“Si, Padrona”- rispose , alzandosi ed uscendo. Aveva lezione in un’altra aula. non la trattenne, né la salutò. Ripose i calzini puliti nello zaino e si appoggiò sullo schienale della sedia. Presto avrebbe avuto bisogno di un nuovo servizio lavanderia.